Please, present yourself: Lexi Hide
La fotografa sudafricana ci ha raccontato l'origine dei suoi lavori in cui l'eco-femminismo dialoga con finzione e realtà, presente e passato, piacere e dolore.
Ciao, benvenuti in Please, present yourself.
Di cosa tratta questa rubrica? In poche parole ci piace andare alla scoperta di nuovi progetti fotografici e lasciare che siano gli stessi artist* a raccontarsi. Noi pensiamo solo a fare qualche domanda! Facile, no?
Per Lexi Hide la fotografia è memoria, ma non nel senso che siamo abituati ad attribuire normalmente alla fotografia stessa, ovvero il congelamento di un preciso attimo. Per la fotografa sudafricana significa piuttosto partire dai suoi ricordi, le cui scorie sono spesso estremizzate (“i ricordi non sono mai accurati e la sensazione del ricordo spesso non ha sfumature. Normalmente la sensazione di un ricordo è bella o brutta, mai neutra”), per poi creare composizioni con l’intento di ricostruire e rivivere particolari momenti con lo scopo di elaborarne i significati.
Nelle foto di Lexi, mai del tutto spontanee ma frutto di un accurato lavoro di composizione, a dominare è una continua dualità tra piacere e dolore, realtà e finzione, passato e presente. Dualità che si concretizzano in un contesto spesso immerso nella natura, e dove i soggetti scelti da Lexi, per lo più ragazze, riempiono la scena con atteggiamenti volti a sottolineare la loro lotta ed emancipazione dal dominio delle norme antropocentriche e patriarcali, in quello che assume a tutti gli effetti un significato politico, caratterizzato da una vocazione pop che guarda all’immaginario cinematografico e musicale.
Abbiamo parlato di tutto questo, e altro ancora, con Lexi.
Please, present yourself...
Mi sono laureata in motion design nel 2021. Il motion design non era qualcosa che mi interessava del tutto, ma se nei miei lavori è entrato un certo senso filmico, è anche grazie al mio percorso di studi. Credo che studiare la cosa sbagliata possa aiutarti a prendere la strada giusta, poiché le passioni e ciò che veramente ami per necessità possono essere sviluppati al di fuori dei vincoli, delle aspettativi o del dover fare necessariamente qualcosa per ottenere una qualifica. Se lo fai da solo, allora significa che vuoi farlo davvero. Vedo molti colleghi studenti che non fanno arte per una propria necessità o desiderio, senza che si rendano conto che l’unica cosa che li motiva a imparare o a fare pratica è il requisito accademico.
Più tardi ho comunque corretto i miei errori e mi sono laureata in arte contemporanea presso la Cape Town Creative Academy, mentre a giugno inizierò il primo anno del Master in fotografia alla Parsons School of Design di New York City. Di recente mi sono resa conto che sarà la prima volta che studierò fotografia. Utilizzo la fotografia narrativa per esplorare prevalentemente i temi dell'infanzia e della memoria con un approccio giocosamente umoristico e tragico, cercando ispirazione nel cinema e nella musica e seguendo fili di interesse che finiscono per ricondursi l'uno all'altro. Spero che questo possa emergere dalle mie opere.
Quando e come ti sei avvicinata alla fotografia?
Penso di aver iniziato a scattare fotografie in modo organico al liceo e ogni anno c'è stato un graduale aumento della mia serietà nell’utilizzo di questo mezzo. Io e i miei amici avevamo tutti una macchina fotografica e correvamo in giro a fotografarci a vicenda ovunque fossimo. È stato molto divertente. Più tardi ho iniziato a organizzare delle riprese specifiche, cosa che prima di allora mi intimidiva. Mi sentivo come se fosse un ostacolo per tutti gli altri coinvolti e che fosse un po' imbarazzante. Ma nella fotografia la fiducia nella regia è essenziale, e questo l’ho realizzato quando ho capito che le persone che fotografo apprezzano davvero il bizzarro divertimento che c’è dietro la creazione di un'immagine. A tutti i miei amici piace essere coinvolti nella mia pratica fotografica.
Hai definito le tue foto una rielaborazione dei ricordi. Ci racconti come si svolge il tuo processo fotografico e se alla fine a prevalere è un sentimento doloroso o di liberazione?
Il mio processo creativo è condizionato dal mio interesse intenso per certe cose concentrato in un brevissimo periodo di tempo. Considero questi interessi come punti di partenza. Spesso guardo indietro ai ricordi e provo a ricrearne i significati. I ricordi sono comunque soggettivi, e io sto semplicemente creando un mio personale album fotografico attraverso un approccio diverso. Nelle mie fotografie nulla è spontaneo, non ho nemmeno l’abitudine di girare con una macchina fotografica. Mi piace dire che i fotografi non scattano foto e penso che nella creazione delle fotografie, attraverso la rievocazione di ricordi, l'atto stesso diventa la nuova memoria.
A un certo punto del tuo saggio di presentazione dici “Memories are a lie, nostalgia is a trick”. Ti va di spiegarcelo?
I ricordi non sono mai accurati e la sensazione del ricordo spesso non ha sfumature. Normalmente la sensazione di un ricordo è bella o brutta, mai neutra. Il sentimento estremo è ciò che resta, ciò che fa di un ricordo un ricordo. E la memoria, oltre ad essere soggettiva, è spesso leggermente romanzata e possono esistere molte realtà contemporaneamente.
Nei tuoi lavori coesistono una serie di dualità: dolore e piacere, amore e perdita, nostalgia e tecnologie odierne, finzione e realtà... cosa rappresentano per te queste dicotomie? E come coesistono tra loro all’interno delle tue opere?Ultimamente sono interessata alle contraddizioni, alle ipocrisie, dualità, sfumature. Ho scoperto che tutto ciò che trovo interessante, che sia nell'arte, nel cinema, nella musica, persino nelle persone, contiene qualche contraddizione. Niente è interessante per me se è al 100% buono o al 100% cattivo. Con questo concetto generale in mente, utilizzo la fotografia per esaminare il modo in cui i ricordi spesso si traducano in sentimenti estremi e come spesso ci siano più sfumature. Cerco di sfidare le dicotomie della nostalgia e del trauma presenti nei miei ricordi.
Quali sono i tuoi punti di riferimento culturali dai quali hai tratto o trai ispirazione?
Adoro i film, soprattutto quelli sull'adolescenza. Anche se non faccio direttamente riferimento a loro, cerco di incapsulare i sentimenti delle loro narrazioni nelle mie fotografie, che essenzialmente vedo come fotogrammi di film. Film che ho amato di recente: Mustang, Close, Perfect Days, The Last Year if Darkness, How to Have Sex.
Ascolto anche musica tutto il giorno, tutti i giorni. Non a caso la maggior parte dei titoli dei miei lavori fanno riferimento a titoli di canzoni.
Nelle tue foto (penso a Poison Ivy, Bunny is a rider) emerge il forte concetto di “sorellanza”. Quanto è importante e cosa rappresenta per te la condivisione umana, soprattutto tra ragazze, come si riflette nei tuoi lavori e come lo concepisci da un punto di vista politico?
Più che alla “sorellanza” cerco di rivolgere l’obbiettivo a ciò che le ragazze riescono a fare da sole. Mi incuriosiscono quei momenti che sono, allo stesso tempo, divertenti e terribili. Il mio gruppo di amici del liceo ne è un esempio emblematico. L’emozione che ho provato facendo cose che non erano consentite. La mancanza di imbarazzo e il continuo desiderio di avventura. Non ci vergognavamo di ubriacarci o di drogarci con vecchi pervertiti in un bagno. Queste esperienze hanno plasmato la mia curiosità per le contraddizioni e per gli estremi che sperimentiamo nell'essere ragazze. Mi interessa la tensione che si crea tra i protagonisti. La sensazione di conoscere e condividere le cose. Spesso le mie fotografie sembrano catturare momenti segreti. Sono intimi, ma la telecamera è posizionata a distanza, dando l’impressione che lo spettatore non dovrebbe essere lì a vederli.
Hai lavorato anche ad alcuni brevi videoclip.. è una dimensione che esplori e che differenza/somiglianza trovi tra questa e la fotografia? Pensi di svilupparla maggiormente in futuro?
Sì, mi piacerebbe fare più video. Il video che ho realizzato sembra l'inizio di un film. Considero “Teenage Birdsong” come l'apertura della serie. Mi piacerebbe continuare a realizzare scene di film più autonome. Trovo che i mezzi siano simili poiché le mie fotografie sono essenzialmente fotogrammi di pellicola.
Progetti futuri… ho una mostra in programma alla Everard Read Gallery di Cape Town ad agosto. E poi sono al lavoro sulla serie Sugar for the Pill. Penso che darò a questa serie una nuova direzione non appena inizierò il mio master alla Parsons.
Se ti dicessimo di chiudere gli occhi quale sarebbe la prima fotografia che vedresti proiettata dalla tua mente?
Poison Ivy di Justine Kurland, che ha ispirato il titolo di una mia fotografia. Credo che rappresenti la perfetta fusione della tensione tra dolcezza e oscurità da cui sono attratta.

















